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Il Tondo e il Regresso: quello che non sai di Capodimonte


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Regresso di Capodimonte

Regresso di Capodimonte

Regresso di Capodimonte
Storie di Capodimonte raccontate sul bus
Le storie migliori nascono da piccoli fatti, da episodi a cui generalmente non prestiamo attenzione. E allora conviene leggere perché abbiamo ascoltato un "intellettuale" napoletano sul bus 178, dal Museo archeologico al Museo di Capodimonte.
Attendere il bus al Museo per andare a lavoro, una cosa di ogni mattina. Ma non di quella. Prova a leggere i volti di chi sale sul pullman: sembra che stia procedendo verso la prima linea: i volti sono tutti brutti, corrucciati, già stanchi e depressi a prima mattina. La colpa è nell'infelice viaggio in "scatola" che spetta tanto a loro, quanto a me. Anche la mia faccia non è delle migliori e anche per me è prima mattina. Il 178 arriva, accosta, io sbadiglio e salgo. Il viaggio ci metterà al massimo 15 minuti, ma se trovo posto mi accomodo.

E di fatto, prendo posto, tra l'altro non ci sono anziani intorno a me e la cosa mi solleva non poco: il posto è libero, l'ho visto prima io e nessuno me lo neghi! Sedare il rancore e l'insofferenza maturati durante l'interminabile attesa è cosa ardua. Soprattutto per le signore che tornano verso casa con le mani impicciate da buste, borse e magari nipotini. Il bus è un luogo stretto per sua natura e i luoghi così favoriscono la comunicazione: un'occhiata percepita può dar luogo a una ricambiata e così pure per i piccoli respiri, le frasi pronunciate a mezza voce, i pensieri e gli atti linguistici interrotti. Se lo spazio è piccolo i gesti rimbalzano velocemente, le parole ridondano e le conversazioni nascono così, tra una lamentela e una necessità: per esempio una richiesta di informazioni su "dove sta via tal dei tali" o "devo arrivare a x, mi avverte quando ci siamo?". E vuoi vedere che sul bus diretto a Capodimonte non ci sia una turista straniera che chieda informazioni? Ci sta, ci sta. E con lei tutto il complesso comunicativo appena descritto. "Signò, ma Porta Piccola o Porta Grande?" - ecco immediata la risposta del primo interlocutore della signora - "Allò, sentite a me, questa è la 178, va a Miano e vi lascia fuori a Capodimonte; la C67 non va bene: si piglia da un’altra parte!" - la ridondanza danza sul 178 e la comunicazione, nel complesso, procura non poche, sebbene confusionarie, informazioni. La signora pare godere del classico affetto tutto partenopeo, che quando hai bisogno di una cosa ecco che qualcuno ti aiuta.

L'assemblea del 178 risolve le perplessità della turista, ma la discussione rimane e viene impugnata da un colto passeggero: "Una volta c’erano i tram su questa strada e tante belle file di Platani lungo tutto il ponte fino a dopo il tondo", tuona con tono liturgico il saggio passeggero. Che resosi conto di aver posto fine al caos di voci e, circondato dalla curiosità degli astanti, riprende con rinvigorita lena la lezione di storia urbanistica: "Poi la Fiat doveva cavarci qualche quattrino e hanno (chi non si sa) fatto una bella colata di asfalto per far camminare le automobili e noi oggi stiamo inguaiati di traffico e smog". Ormai non sbadiglio più: il trambusto e la curiosità per quanto avviene di fronte e intorno a me mi ha svegliato. Sono lucido e desidero solo ascoltare: "Se vedi, dopo la chiesa di Capodimonte, ai lati della strada, ci stanno delle sbarre verticali di ferro che dovevano impedire il deragliamento del tram!".



E infatti, tra la Basilica dell'Incoronata (Madre del Buon Consiglio e Regina della Cattolica Chiesa) e l'accesso alla tangenziale, si palesano gli argini appena descritti dal signore. Il che ammanta di fascino lui e ogni parola che fuoriesca dalla sua bocca. E non devo essere il solo a provare tanto trasporto: pian piano si avvicinano nuovi signori, ognuno col proprio bagaglio (culturale) che intende immediatamente consegnare: "Io me lo ricordo quando ci stava il tram e tutti gli scugnizzi che con le bicicletta che si attaccavano dietro" - "Da questo viene il modo di dire "appenditi al tram", hai capito?" - precisa un altro, palesemente entusiasta di avere posto al simposio. Ma il mio professore non teme rivali e concorrenza, nè soffre gli slanci di protagonismo altrui. Ne sa di cose lui e sa anche quando cacciarle fuori. E così, come un prestigiatore tira fuori dal cilindro una domanda. Anzi: la domanda! "Ma tu lo sai qual è il tondo? Molti credono che è quello all’incrocio coi Ponti Rossi, sopra. Ma quello non si chiama Tondo: quello si chiama Regresso! Re-Gre-Sso: ripeto in mente questa parola che sembra uscita fuori da un vocabolario del 1830. Re-gre-sso: mentre la dicevo mi accorgevo che il mio stupore avrebbe goduto di nuova linfa, una volta ascoltata la spiegazione: Regresso? – faccio io. “Si, esattamente così: il Tondo di Capodimonte è quello la di giù, coi giardini, le scale e le fioriere che si vede alla fine del ponte della Sanità. L’incrocio di sopra. Quello è il Regresso! Prima le carrozze dei nobili che andavano alla Reggia di Capodimonte, per una battuta di caccia o per un tè, arrivavano fin là, si fermavano per cambiare i cavalli, stanchi dopo la salita: i cavalli così "regredivano" cioè tornavano a valle per ripetere il percorso con altre carrozze"."Questa non la sapevo" - risposto. E mentre il signore mi sorrideva con l'aria di quello che sembra dirti "che ci vuoi fare, bisogna avere la mia età per sapere queste cose" Grazie 178, grazie ANM, Grazie Napoli!