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  • Amori Divini al Museo Archeologico di Napoli

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La leggenda del Palazzo del demonio a Napoli

Palazzo Penne
Un amore impossibile e il patto con Belzebù
C'è una leggenda che riguarda l'antico Palazzo Penne nei pressi di Largo Banchi Nuovi, chiamato anche “il palazzo del demonio", costruito per volontà di Antonio Penne, segretario del re di Napoli Ladislao, nel 1409.

Penne, appena arrivato in città, s'innamorò di una ragazza, che lo avrebbe sposato solo se fosse riuscito a costruirle un palazzo di straordinaria bellezza e in una notte. Fu così che Antonio Penne, per riuscire nell'impresa, strinse un patto con il diavolo, il quale pretese in cambio la sua anima con tanto di contratto scritto e firmato con il sangue. C'era una clausola però, che Penne furbamente inserì: egli avrebbe ceduto la sua anima solo se Belzebù avesse contato tutti i chicchi di grano sparsi nel cortile del palazzo da costruire.

A palazzo costruito, fu il momento della prova infernale; a questo punto Penne sparse nel cortile grano ma anche pece, in modo che i chicchi si attaccassero alle mani del demonio, che in tal modo non sarebbe riuscito a contarli correttamente. Il diavolo capì che era stato ingannato, ma non poté rimediare, perché il protagonista si fece il segno della croce e si aprì una voragine in cui Belzebù sprofondò.
Attualmente c’è un pozzo chiuso, ma ancora visibile a chi visita questo maestoso palazzo rinascimentale partenopeo; al suo interno si pensa che sia ancora rinchiuso il demonio beffato da Penne.

Il palazzo del diavolo ,nel 2004, fu affidato all'Università degli studi di Napoli "l’Orientale", così da poterci costruire dei laboratori; purtroppo questo progetto non è mai stato attuato. In entrambi gli angoli superiori del portale di ingresso sono posti gli stemmi della famiglia Penne, mentre al centro sono scolpiti a rilievo alcune figure in stile tardogotico. Sempre sulla facciata, sono presenti due incisioni di versi in lingua latina composti da Marziale; la più significativa è la prima frase, che in italiano è stata tradotta così:
“tu che giri la testa, o invidioso, e non guardi volentieri questo (palazzo), possa di tutti essere invidioso, nessuno (lo è) di te.”