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Che bellu jammone - La parlesia, il gergo dei musicanti napoletani

La parlesia
La parlèsia era il gergo di musicisti, briganti e dei malviventi del sud Italia!
"Che bellu jammone, ma nun se fa capì" è l'apertura di Tarumbò, una vecchia canzone di Pino Daniele, che riassume in due righe il significato della parlesia, ovvero il linguaggio in codice parlato da chi non desidera essere capito da queste parti.
La parlesia è stata per lungo tempo la lingua dei musicanti, nomadi cantanti e musicisti, intrattenitori delle piazze e degli sposalizi, piccoli orchestranti di strada o da locanda, i famosi posteggiatori (non gli odierni parcheggiatori che sono ben altro affare). Ma anche di una certa delinquenza, insomma gente che viveva la strada. Una fratellanza, una sorta di massoneria popolare che accomunava diverse esistenze che tiravano a campare con la musica e il canto. E che non desiderava intrusioni. La fama di tali signori non è mai stata limpida, anzi spesso i musicanti venivano considerati gente di cui diffidare, come lo sarebbero oggi gli zingari e i malviventi.

D'altro canto va riconosciuto che i loro costumi morali consentivano spesso atteggiamenti e comportamenti tipici dei più bassi strati della società. Non erano certo musicisti di corte formati al conservatorio di San Pietro a Majella, ecco tutto. La parlesia era il loro linguaggio segreto, che scattava tra i due interlocutori, al bar o sul tram, accortisi di essere in mezzo a occhi e orecchie indiscrete. Successivamente è stata coltivata negli ambienti blues di Napoli fra cantanti e batteristi, proprietari di locali e sassofonisti, mantenendo intatto il carattere gergale e segreto che la distingueva dal dialetto ufficiale.

In ogni caso, quei tipi parlavano cosi:

-"‘A jamma ‘a ‘ppunìtë ‘o ‘ngrì (La tizia è incinta) - Appunìmmë ‘a chiarènza! (Beviamo!)
- ‘O jammë sta acchiarùtë (Il tizio è ubriaco) - Appunìmmë ‘o pròsë (Sediamoci)
- Spunìscë ‘a tabbacchèsia! (Spegni la sigaretta!)
- ‘O cròcchë s’è bbacuniàtë (il vecchio è morto)
- Nun appunìtë bbagarìe! (non fate bagattelle!)" ecc ecc.

Da cui emerge che:

- gli argomenti sono limitati: musica, soldi, situazioni tipiche
- due verbi più usati: appunì e špunì. Non hanno un significato preciso, dipende dal contesto. Appunì ha accezione positiva e špunì una negativa
- il suffisso -esia viene applicato a ogni classe verbale modificandola a seconda del contesto (Parlesia: parlata; tabbacchesia: sigaretta)
- un termine ricorrente è ‘o jammë, il tizio, il tale; il femminile è ‘a jamma; plurali: ‘e jammë e ‘e gghiàmmë.
- Bacone significa tonto, sciocco
- Bagaria significa chiasso, disordine, sinonimo dell'odierno "tarantella" (in senso figurato)

L'avrete sicuramente ascoltata in quella splendida sequenza di "No grazie, il caffè mi rende nervoso" in cui Lello Arena le prende di santa ragione dagli scagnozzi di un boss che gli domanda imperterrito: Ma tu si scatuozz'? (Specialista del furto con scasso) o sccartiloffista? (Specialista dello "scartiloffio", il “pacco”, furto con destrezza). Oggi non si sente più in giro, rimane un mito della cultura urbana della nostra città, una cosa da conoscere se manca, da tenere a mente se già c'è.